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Da: Il Corriere del Ticino, 3.3.08, pagina 15

DIBATTITI E RIFLESSIONI
«Anoressia: il male dell’apparire»


Moda e anoressia. Binomio in­diss­olubile o prerogativa dei nuo­vi ideali di vita? Se ne è discusso in uno dei dibattiti che hanno accom­pagnato la prima edizione di Swiss Fashion World con con Alessan­dra Bosaia, psicologa al centro di­s­turbi del comportamento alimen­tare dell’ospedale San Raffaele di Milano e con Arianna Banderali, vicepresidente dell’ Associazione italiana disturbi dell’alimentazio­ne e una degli artefici del blocco al manifesto choc realizzato da Oli­viero Toscani lo scorso settembre, sul quale campeggiava il corpo scheletrico dell’attrice francese Isa­belle Caro: 25 anni, 1 metro e 65 di altezza, 32 chili.
Nel dibattito si è affrontato il rap­porto estenuante e distruttivo con il cibo che queste malattie indu­cono. Si è parlato inoltre di studi recenti che mostrano come il pro­blema
non sia più una peculiarità femminile. «Ci si guarda allo spec­chio e non ci si riconosce più – ha raccontato Gabriel, modello di 28 anni: «questo disagio fa sì che si mettano in moto alcuni meccani­smi che attribuiscono al cibo emo­zioni, ferite, delusioni, inadegua­tezze. Incolpavo al mio peso le dif­ficoltà nel relazionarmi con gli al­tri e, di conseguenza, da un giorno all’altro ho deciso di smettere di mangiare ingeniandomi, con de­gli espedienti, a non avvertire i sin­tomi di questo disturbo, dal mal di stomaco ai cali ipoglicemici. I primi due mesi sono dimagrito di venti chili. Farsi aiutare non è sta­to facile poiché si tratta di mecca­nismi che si innestano a prescin­dere dall’ambiente circostante ma che, sicuramente – conclude Ga­briel – in certi ambiti, come quel­lo della moda, influiscono. «Ormai – ha chiosato Banderali – nella nostra società è passata l’idea che magrezza significhi successo e felicità. Spesso faccio fare alle mie pazienti un esercizio, mostro loro le immagine di due tipologie diverse di donne mentre cammi­nano per strada; una magra, ve­stita alla moda, l’altra in sovrap­peso. Alla domanda “cosa pensa­te stiano facendo queste donne, quale tipo di amici e di lavoro pen­sate che abbiano’’, la risposta è quasi sempre la stessa:alla prima tipologia viene attribuita un’im­magine di donna «manager», con una casa elegante e un marito im­prenditore; mentre la seconda vie­ne interpretata come una casalin­ga, intenta ad andare a prendere i figli a scuola, sposata con un ope­raio. Questo per far capire, pur­troppo, quanto questo falso idea­le sia radicato oggigiorno». Vi.Vi.

Da: La regione, 3.3.08, pagina 11

 

Violenza giovanile, come affrontarla
Tavola rotonda sull’argomento venerdì a Palazzo Marcacci Analisi di un male che si può debellare con un lavoro sinergico


Si è parlato di violenza giova­nile venerdì sera a Palazzo Mar­cacci a Locarno. «
Quali risposte diamo alla violenza?: la non-vio­lenza tra esclusione e prevenzio­ne ». Questo il tema al centro di una tavola rotonda promossa dell’Acli Ticino (Associazioni Cristiane Lavoratori Internazio­nali) e da Sos Ticino. « Cosa sta capitando in Ticino? Io ho paura, ma non ho timore per i giovani, piuttosto mi chiedo se non sono loro ad essere le prime vittime del­la violenza. È la società che non funziona ». Non ha usato mezzi termini, Edo Carrasco, educato­re e Direttore della Fondazione Il Gabbiano, intervenuto al dibatti­to – moderato da fra Martino Dotta, direttore di Sos Ticino – unitamente a Tamara Magrini, docente e Municipale di Locar­no (capodicastero giovani) e a Leonardo Da Vinci, assistente alla Supsi nonché operatore so­ciale di Sos Ticino. Carrasco, for­te anche di un’esperienza tra­scorsa a Losanna… sulla strada, in mezzo ai giovani ascoltando­ne i disagi e le speranze disilluse da una società che non va per il sottile e che spesso non aspetta chi viaggia più lento perché ha un fardello pesante da trascina­re. « Sovente gli immigrati di­spongono di meno tempo per edu­care i propri figli; a volte ci si ri­trova confrontati con situazioni poverissime di grandi stenti e poi ci si lamenta se tirano fuori l’ag­gressività. La radice del proble­ma sta nella società: siamo una miseria come identità ». Conti­nuando nel suo dire l’operatore sociale si è chiesto: in cosa credo­no i giovani? « Spesso non vedono un futuro, hanno difficoltà ad im­pegnarsi in progetti a media-lun­ga scadenza perché non vedono uno sbocco sicuro » Cosa si può fare? « Facciamo tante cose con loro: apriamo le palestre, lascia­mo aperti i centri, se necessario giochiamo alle bocce davanti alla stazione: una volta coinvolti li ab­biamo presi dal loro lato miglio­re, infine – ha concluso –, ascol­tiamoli e diamo loro più fiducia».
«
Locarno non è il Bronx anche se i media dicono il contrario » – ha esordito la municipale Tama­ra Magrini – . In città c’è sì una si­tuazione di degrado e quando succedono eventi di estrema gra­vità i riflettori illuminano una si­tuazione che purtroppo però c’era già. Il mondo politico può fare molto, ma occorrono sinergie a li­vello regionale. Sulla prevenzio­ne si gioca d’anticipo, ma per que­sto ci vogliono le risorse. A Locar­no qualcosa si muove – Centro giovanile, mentori – ma occorre lavorare in rete, in modo trasver­sale, poiché – ha concluso la mu­nicipale – le richieste d’aiuto ci giungono… urlate». Nel discorso politico si è inserito l’intervento di Anna Biscossa, «siamo una so­cietà a spicchi, caratterizzata da uno scarica barile generale: la fa­miglia abdica, la scuola idem, gli sportelli non adatti a dare rispo­ste; spesso attività scolastiche non di materia ma di progetto vengo­no cancellate per motivi finanzia­ri. Tanti “spicchi”, ma abbiamo poco futuro senza una visione di comunità ». Dal canto suo Leo­nardo Da Vinci, ha ripercorso l’esperienza di un progetto di ac­compagnamento con giovani im­migrati nell’ambito del Soccorso operaio, entrando nel vivo di un mondo del lavoro e della forma­zione irto di difficoltà, in parti­colare per i giovani portatori di altre culture.
Ragazzi che arrivano spesso senza contesti familiari, a con­fronto con problemi linguistici, con prospettive che non rispon­dono alle loro aspettative.
«La violenza ha radici molto profonde è qualcosa che ha a che fare con tutti noi; questa serata è un tenta­tivo per cercare di dare delle ri­sposte, faremo altri incontri simi­li in tutto il Ticino, poiché è essen­ziale prendere coscienza del feno­meno » – ha aggiunto fra Martino Dotta, aprendo la discussione in sala. Dialogo partito a briglia sciolte (forse troppo), ma l’argo­mento è ampio e difficile.
In parecchi hanno infatti pre­so la parola, e ad interventi mi­rati, ne sono seguiti anche vari che hanno ruotato al largo dalla problematica, relegando il tema violenza fuori dalla porta; trop­pi i luoghi comuni e gli scarica
barile.
Un corteo silenzioso

Un fiume di persone, colme di speranza, ha attraversato il cuore di Locarno, teatro, il mese scorso, della barbara uccisione di Da­miano Tamagni. Rispondendo al­l’invito degli organizzatori – gli amici del giovane picchiato a morte e i responsabili del Carne­vale – centinaia di persone, saba­to sera, alla luce delle fiaccole, hanno camminato senza parole, senza slogan, segni di apparte­nenza o canti dalla stazione di Muralto, anch’essa zona sovente scenario di episodi di violenza, fino alla Piazza Sant’Antonio. Lì i cantori della Scuola corale della Cattedrale di Lugano hanno pro­posto
alcuni brani. Dall’altare della chiesa della Collegiata, don Samuele Tamagni e l’arciprete di Locarno don Carmelo Andreatta hanno invece rivolto una pre­ghiera in memoria del giovane di Gordola. La manifestazione si­lenziosa che non prevedeva una parte ufficiale, è stata voluta per lanciare un messaggio forte e chiaro contro la violenza e contro il razzismo e la xenofobia e a favo­re di una convivenza pacifica fra tutte le componenti della nostra società. Le decine e decine di ra­gazzi e bambini con le loro luci tremolanti strette fra le mani sono stati, in particolare, il sim­bolo di questa iniziativa di solida­rietà, uguaglianza e pace. f.p.v/d.l.


 

Da: Mattino della domenica

 

Scritto da Lorenzo Quadri - MDD   
domenica 30 marzo 2008
Intanto se passa il nuovo concordato intercantonale il Ticino si troverà a spendere 10 milioni di Fr all’anno in più

I concordati intercantonali, strumenti in gran voga che si pongono al di sopra della sovranità popolare di fatto cortocircuitandola, stanno combinando sfracelli.
Il prossimo settore sarà quello delle borse di studio. Un ambito in cui il Cantone attualmente spende circa una ventina di milioni all’anno, quindi non propriamente noccioline, e in cui si rischia, se il concordato intercantonale in  materia diventerà realtà, di spenderne un’altra decina.
Attualmente il sistema delle borse di studio ticinesi risulta così composto:
-    assegni a fondo perso, che quindi una volta elargiti  non vengono più restituiti e
-    prestiti di studio, che vanno poi rimborsati, nel corso degli anni, una volta finiti gli studi.
Tuttora è pendente una mozione della Lega che chiede che vengano concessi solo prestiti: la restituzione può essere anche molto agevolata e a tasso zero, ma ci deve essere.
Ci si trova adesso davanti alla necessità di compiere una scelta di principio: è preferibile puntare sugli assegni a fondo perso o sui prestiti da restituire?

Boris Bignasca, commissario leghista in scolastica (e a sua volta studente) non ha dubbi: «Basta sussidi a fondo perso! Solo prestiti agevolati da restituire in 10/15 anni. Il Cantone spende ogni anno 20 milioni per sussidi a fondo perso. Ebbene, trovo sbagliato che la sciura Pina di Biasca paghi le imposte per finanziare l’università ai futuri medici e avvocati. Senza parlare degli ingegneri, degli architetti e dei farmacisti… Questi personaggi, una volta iniziato a lavorare, possono benissimo restituire al Cantone quello che hanno ricevuto durante gli studi. Guadagnano già abbastanza! È una questione di equità sociale. Inoltre ricordiamoci che esistono molte fondazioni private che si impegnano già in questo campo».
«In commissione scolastica – prosegue Bignasca - il gruppo della Lega si è opposto all’accordo intercantonale sulle borse di studio. Sostanzialmente per due motivi. 1) La questione deve rimanere materia cantonale. 2) Il Cantone vorrebbe spendere l’anno prossimo 10 milioni in più per le borse di studio. Ma siamo matti?».
Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Giudici, membro della Scolastica per il PLR. «Io sono per i prestiti. Chi ha ricevuto dallo Stato deve anche mostrare riconoscenza verso la collettività, permettendo così ad altri di beneficiare degli aiuti di cui ha beneficiato lui. Non mi sembra affatto fuori posto – conclude Giudici - richiedere ad una persona laureata, che guadagna bene, la restituzione di quello che ha ottenuto dall’ente pubblico, da studente. Invece, con gli assegni a fondo perso, questa possibilità è esclusa già di principio».
Dal canto suo Claudio Franscella, membro PPD della Scolastica, rileva che «La formazione è un investimento sul futuro. Tuttavia, soprattutto in un momento in cui le risorse dello Stato sono scarse, anche il finanziamento della formazione ha dei limiti. Credo quindi sia attualmente necessario, pur non abolendo del tutto le borse di studio, puntare decisamente sui  prestiti da restituire (eventualmente con tassi di favore e con tempi di restituzione adeguati). Così facendo, inoltre, si favorirebbe una maggiore responsabilizzazione degli studenti».

Questione di correttezza
Anche il commissario UDC Marco Chiesa è un sostenitore dei prestiti: «Ci devono essere più prestiti da rimborsare e meno sussidi a fondo perso – commenta Chiesa -. E’ più corretto verso lo Stato, e quindi verso tutti i contribuenti, e più educativo: chi riceve un aiuto deve rendersi conto che questo aiuto va anche restituito. Senza dimenticare che la restituzione comporta un vantaggio finanziario per le casse pubbliche, vantaggio vieppiù necessario in momenti di difficoltà come quelli che stiamo attraversando. Con il sussidio a fondo perso, invece, vedo il rischio che si contribuisca a creare una mentalità del “tutto è dovuto”.
Anche più drastico Rodolfo Pantani (Lega): «Gli assegni a fondo perso vanno aboliti. E’ fin troppo evidente che questi aiuti vengono spesso abusati per farsi 6 mesi di vacanza in Australia o negli USA, con la scusa di imparare le lingue, a spese del contribuente. Se invece già si sa che i soldi ottenuti andranno restituiti, magari si partirà per luoghi esotici con meno facilità. Secondo me dovrebbero quindi esserci solo prestiti di studio da restituire nell’arco di 10 anni una volta  finiti gli studi. I nuovi prestiti devono essere finanziati con quelli rientranti».

Valenza sociale
A sostenere la causa degli assegni rimane Raoul Ghisletta, capogruppo PS e – anch’egli – membro della Scolastica. «Ritengo che per il livello di base (apprendistato, liceo, università) sia preferibile il sussidio a fondo perso, per la sua valenza sociale – osserva Ghisletta -. Esso non contiene infatti l’elemento, deterrente, della restituzione, che potrebbe spaventare dei giovani anche meritevoli. Il prestito deve invece essere uno strumento complementare (ad esempio se si ripete un anno, o se si seguono formazioni speciali)».

 

 Da: La regione, 29.2.08, pagina 5

 

Lo studio
Alcool e giovani, in continua crescita il numero dei ricoveri e dei dipendenti


Losanna – Ogni giorno, in Svizzera, cinque giovani tra i 10 e i 23 anni finiscono all’ospedale per abuso di alcolici. Circa 1800 casi all’anno, un numero in co­stante crescita. È quanto emer­ge da uno studio pubblicato ieri dall’Istituto svizzero di preven­zione dell’alcolismo e altre tossi­comanie (Ispa).
« I risultati (...) destano notevoli preoccupazio­ni » , ha detto il direttore Michel Graf. Secondo la ricerca, ad alza­re troppo il gomito sono soprat­tutto i maschi. Tra il 2003 e il 2005, i casi di “ubriacatura acu­ta” sono aumentati del 40% ri­spetto ai due anni precedenti, indica l’Ispa. Particolarmente marcato si è rivelato l’incremen­to tra i ragazzi di 16 e 17 anni e tra le ragazze di 14 e 15. Oltre ai 1300 casi di intossicazione alco­lica, quasi 500 giovani sono stati curati negli ospedali svizzeri per alcoldipendenza. Anche qui si è registrato un aumento ri­spetto ai precedenti rilevamen­ti, fa notare l’Ispa, sottolineando che i primi casi si sono riscon­trati già tra i quattordicenni. L’alcoldipendenza è una patolo­gia che di norma è preceduta da un abuso pluriennale di alcolici.
«I risultati indicano che alcuni giovani iniziano molto presto a consumare parecchio o che in giovane età l’alcoldipendenza si sviluppa più rapidamente » , spiega Gerhard Gmel dell’Ispa. L’Ispa avverte inoltre che queste cifre rappresentano solo la pun­ta dell’iceberg: la ricerca non considera infatti i giovani ubria­chi accompagnati a casa dalla polizia, curati dai medici di fa­miglia o solo ambulatorialmen­te al pronto soccorso.

 
 

 

Il Governo prepara un giro di vite per frenare l’alcolismo giovanile


Berna – In risposta all’emergenza alcol tra i giovani (vedi ac­canto), il Consiglio federale è pronto a imprimere un giro di vite. Che concretamente significa aumento dell’età minima per l’ac­quisto di alcool, accesso più difficoltoso alle bevande alcoliche e maggiori tasse. Rispondendo ieri a un postulato del consigliere nazionale Christian Waber (Udf/Berna), il Consiglio federale os­serva che è in cantiere un programma nazionale d’azione che do­vrebbe essergli sottoposto ancora quest’anno. A preoccupare è l’alcolismo tra i giovani, sottolinea il Governo. Per lottare contro questo fenomeno, Waber propone tra l’altro che soltanto le perso­ne di almeno 20 anni possano acquistare prodotti alcolici, presen­tando un documento d’identità.

Da: La regione, 1.3.08, pagina 20

 

Pregassona, in 40 per pestare un ragazzino delle Medie


L’episodio, sconcertante, è accaduto una decina di giorni fa. Era giovedì della settimana scorsa, verso la fine delle le­zioni pomeridiane, quando sul piazzale delle scuole medie di Pregassona è apparsa una moltitudine di ragazzini, di diver­sa età e di diverse scuole scolastiche. Un solo obiettivo: pesta­re uno degli allievi della Media di Pregassona. Lo ha raccon­tato ieri la Rsi.
Sul piazzale una quarantina di ragazzini, molto aggressivi. Per i docenti, il direttore dell’istituto e persino alcuni agenti della Poli­zia comunale, intervenuti per calmarli, insulti e minacce con una «forma di aggressività verbale che ci ha sconcertato» dice il diretto­re Mario Colombo. « Erano veramente molto incazzati » ha detto qualcuno che ha visto. Resta da capire il motivo di questo mancato regolamento di conti, di dimensioni e di modalità mai viste.

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