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Da: Corriere del Ticino, 20.03.08, pag 18

«Quei soldi non erano vostri»
Correzionali: 3 condanne per impiego illecito di valori patrimoniali


Da3a2 mesi di detenzione sospesi con la condizionale per un periodo di prova di due anni. Così ha deciso la Corte nei confronti della famiglia che spese soldi erro­neamente trasferiti sul proprio conto bancario


«La banca ha commesso una grave negligenza ma voi eravate consapevoli che i 400 mila fran­chi finiti improvvisamente sul conto di famiglia non potevano essere soldi vostri, ancor meno che poteva trattarsi dei frutti di 38 mila franchi investiti tempo ad­dietro ». Con queste parole il pre­sidente della Corte delle Assise Correzionali di Lugano, giudice Mauro Ermani, ha confermato l’accusa di impiego illecito di va­lori patrimoniali per due coniugi settantenni e per la figlia quaran­tenne che, sull’arco di alcuni an­ni, spesero parte dei fondi erro­neamente trasferiti sul loro con­to all’ UBS in seguito all’errore di un impiegato della medesima banca.Pertuttietresonostateir­rogatecondannedaunmassimo di tre mesi di detenzione sospesi a un minimo di due mesi sempre con la condizionale (la procura­trice Monica Galliker aveva pro­posto pene pecuniarie da 6.300 a 7.200 franchi, sospese).
Il giudice non ha voluto tenere conto della buona fede più volte invocata dai difensori, avvocati Patrick Untersee e Andrea Carri, per contro ha però ridotto a 135 mila franchi il danno effettivo sofferto dall’istituto di credito e questo in conseguenza al fatto che parte dei prelevamenti inde­biti effettuati dagli imputati so­no andanti in prescrizione.
La vicenda risale infatti al 2000 quando, da un giorno all’altro, gli imputati si ritrovarono tra le ma­ni circa 400 mila franchi. Non ca­pacitandosi dell’origine di tutto quel denaro piovuto dal cielo, esternarono più volte i propri dubbi al consulente dell’ UBS a cui facevano solitamente capo, ricevendo regolarmente assicu­razioni che, sì, tutti quei soldi era­no proprio loro. Poco avvezzi agli strumenti finanziari, giustifica­rono la grossa entrata come il frutto dell’investimento di 38 mi­la franchi effettuato diversi anni prima, decidendo di utilizzare
l’improvvisa ricchezza per far quadrare le spese quotidiane.
Nel 2007 un cliente italiano del­­l’ UBS, dopo ben 11 anni di silen­zio, chiese alla banca il saldo del proprio conto e, con sua massi­ma sorpresa, venne a sapere che lo stesso era stato chiuso e svuo­tato di ogni avere. La richiesta di spiegazioni da parte di quest’ul­timo diede avvio a un’inchiesta interna che portò i vertici del­­l’istituto a individuare un disgui­do: anni prima un impiegato aveva involontariamente aggiun­to un paio di cifre in più al nu­mero
di conto del cliente italia­no provocando il trasferimento dei titoli sul conto degli imputa­ti. La banca, costretta a risarcire il cliente danneggiato, presentò subito querela nei confronti del­la famiglia. Il primo magistrato che si chinò sul caso, ritenendo credibile la buona fede degli im­putati, decise per un non luogo a procedere nei loro confronti. Una decisione poi impugnata dall’ UBS davanti alla Camera dei ricorsi penali del Tribunale d’ap­pello che accolse la proposta di atto d’accusa stilato dall’istituto, portando davanti ad una Corte i tre imputati.
In sede di sentenza il giudice Er­mani non ha avuto dubbi sulla colpevolezza degli imputati che si sono adagiati sulle parole del consulente bancario. «Dubbi ne hanno avuti e se avessero dichia­rato di non essere gli aventi di­ritto economico dei beni finiti sul loro conto, tutto si sarebbe fermato». Colpa degli imputati, sì, ma anche importante concol­pa della vittima: «se il consulen­te avesse fatto il proprio dovere­ha rilevato Ermani – non sarem­mo sicuramente qui a parlare di indebiti prelevamenti». E pro­prio sulla base di questa concol­pa il giudice si è trovato nell’im­possibilità di calcolare le prete­se di risarcimento richieste dal­l’istituto di credito, che ha rin­viato al foro civile. «Non siete certamente dei delinquenti – ha terminato il giudice rivolgendo­si agli imputati – ma quando ave­te ricevuto soldi che sospettava­te non essere vostri, non biso­gnava prenderli e se la banca in­sisteva occorreva allora chiede­re una giustificazione». Intanto la difesa ha già annunciato l’in­tenzione di inoltrare dichiara­zione di ricorso.
-gr-




PRELIEVI INDEBITI
Prima di co­minciare a prelevare gli imputati avrebbero do­vuto esigere più chiarezza da parte dei funzionari del­l’istituto di credito circa la provenienza dei fondi finiti sul loro conto bancario.
(Fo­to Keystone)

 

Da: Corriere del Ticino, 17.3.08, pag 13

La dottoressa Armani torna a Caslano 
La dottoressa Laura Armani, che tre anni or sono si sottopo­se a un intervento di chirurgia plastica per cambiare sesso, riaprirà uno studio medico a Ca­slano. La decisione, resa nota ieri dal settimanale Il Caffè, se­gue la sentenza emanata lo scorso dicembre del Tribunale amministrativo cantonale (TRAM) che aveva consentito al medico di esercitare regolar­mente la professione medica in Ticino, ribaltando così la misura cautelare adottata dal Consiglio di Stato nella seconda metà di settembre, su indicazione del Dipartimento sanità e socialità (DSS) e del medico cantonale, che aveva di fatto sospeso la dottoressa luganese dal libero esercizio nel Cantone.

Da: Corriere del Ticino, 17.3.08, pag 8

<>«Quel fisco cieco e distruttore»
Imposte, Stato e giustizia secondo l’economista Pascal Salin


Sostenitore delle teorie libertarie e della centralità dell’in­dividuo, autore di opere come «La tirannia fiscale» e «Li­beralismo », l’economista francese ha tenuto una confe­renza a Lugano, ospite dell’ Associazione liberisti ticinesi


«Se c’è un problema cercate lo Stato, è lì da qualche parte». È una battuta piazzata dopo quasi tre ore di conferenza, ma che riassu­me tutto un pensiero. Esponen­te della scuola austriaca, noto per le sue opere sul liberalismo, sul­la fiscalità e contro l’intervento dello Stato, sabato a Lugano Pa­scal Salin ha spiegato la sua visio­ne liberale e libertaria dell’eco­nomia. Una visione che si fonda sul concetto di proprietà e sulla libera contrattazione fra indivi­dui, che bolla come intrinseca­mente iniqua la potestà tributa­ria e che contesta il concetto ad essa legata di giustizia sociale. « Per sua natura l’imposta è im­morale. Usa la costrizione per to­gliere a qualcuno il diritto di pro­prietà di qualcosa che ha creato. Il fisco è arbitrario, cieco e distrut­tore. Non si sa chi sopporta il pe­so delle imposte e chi ne benefi­cia, in altri termini che paga chi e in quale proporzione. Distrug­ge gli incentivi ad agire da parte di chi produce, ma anche da parte di chi riceve». Salin ha puntato in particolare l’indice contro una se­rie di scelte tributarie:dall’impo­sta sul reddito «che in realtà è un’imposta sul risparmio e in quanto tale scoraggia la scelta del futuro» all’imposta progressiva «che non ha una giustificazione morale», dalla forte tassazione dei patrimoni («si dimentica che la ricchezza, prima di essere pre­levata viene sempre prodotta)al­l’armonizzazione fiscale europea. In un modo o nell’altro e in cer­ti modi più in altri il fisco colpi­sce il risparmio individuale, che secondo Salin è un presupposto irrinunciabile per la crescita eco­nomica.
Quanto alla giustizia sociale «è un concetto senza senso» perché il suo significato varia a seconda di chi è al potere e discrezional­mente impone trasferimenti di ricchezza in base ai suoi fini. Vuol forse che non si devono pagare le imposte? «Assolutamente no. Ci sono compiti che lo Stato deve delegare al privato e altri che non possono essere prodotti indivi­dualmente. Il fatto è che chi de­tiene il potere può estendere a vo­lontà il concetto di bene pubbli­co e imporre tributi per finanziar­lo ». Che dire allora delle vertenza fra Liechtenstein e Germania in materia di evasione fiscale? «Se ci sono dei paradisi fiscali signifi­ca che ci sono anche degli infer­ni fiscali. Si dimentica inoltre che lo Stato tedesco ha comprato in­formazioni riservate a dei ladri. Si applicano due morali differen­ti a seconda che lo cose le faccia lo Stato o l’individuo».
E lo Stato in economia? Secondo Salin fa solo danni. Si illude di poter raggiungere «l’equilibrio magico» fra pieno impiego, as­senza di inflazione e pareggio della bilancia dei pagamenti, ma diventa di fatto causa d’instabi­lità, creando crisi monetarie e fi­nanziarie. «Da quando nel XX se­colo lo Stato ha cominciato ad occuparsi di politica monetaria abbiamo assistito a crisi e infla­zione. Quando dice di lottare contro l’aumento dell’indice dei prezzi, lotta in realtà contro qual­cosa che ha prodotto lui stesso». In che modo? «Il grande peccato della nostra epoca è stato quello di credere che la creazione di moneta potesse sostituire il ri­sparmio. È stato manipolato an­che il tasso d’interesse. Lo si è ab­bassato per finanziari tutto, an­che ciò che non rende. È facile distruggere un’economia con la politica monetaria. Un giorno o l’altro la verità verrà a galla». Al­lude alla crisi dei «subprime»? A questa crisi hanno concorso tre fattori: un eccesso di creazione monetaria con una fluttuazione inimmaginabile dei tassi guida americani fra il 2000 ed il 2006; un aspetto specificamente ame­ricano che vieta alle banche di fare discriminazioni fra i debito­ri ed infine il ruolo della banca centrale, sempre pronta a lancia­re la ciambella di salvataggio agli istituti di credito in difficolta per evitare il crollo del sistema finan­ziario ». Che fare allora? «Bisogna accettare i fallimenti e dare un segnale alle banche non è possi­bile fare tutto». Lo stesso sche­ma di ragionamento, secondo Salin, si applica anche all’occu­pazione e all’alloggio. L’interven­to pubblico sul mercato del lavo­ro e su quello immobiliare fini­sce alla lunga per penalizzare sia i lavoratori sia gli inquilini. Ma si può lasciare tutto nelle mani del solo mercato? Il caso Enron negli USA non è forse stato il prodot­to di un eccesso di libertà e di as­senza di controlli? «Il ragiona­mento va rovesciato. Casi come questo ci sono stati ma sono po­chi. Il mercato sa riconoscere i suoi errori. Un colosso come Ar­thur Andersen con 80.000 dipen­denti, è sparito dall’oggi al doma­ni. Comunque attenzione. Non bisogna nemmeno cadere nel­l’illusione che si possa perfezio­nare il sistema ricorrendo ad au­torità di controllo esterne».
Giovanni Galli




SUBPRIME
Secondo Pascal Salin bisognerebbe lasciar fallire le banche interessate per dare un segnale al mondo della finanze che non è sempre possibile fare tutto.
(foto Demaldi)

Da: Il Caffé, 16.3.08

 “Mi lascio alle spalle
tre anni di calvario”

Mauro Giacometti

 

Sono passati tre anni. Tre anni di calvario  professionale e personale da quando, nell’aprile del 2005, il Cantone le sospese il libero esercizio di medico. Allora era ancora il dottor Dominik Striebel, naturopata e dietista con avviato studio a Caslano; oggi è la dottoressa Laura Armani: stessa specializzazione, medesima cittadina per ricevere e curare i suoi pazienti, anche se sotto il camice bianco indossa una gonna invece dei pantaloni. “L’ultimo ostacolo burocratico è superato, ho ricevuto il benestare della Commissione di vigilanza – dice la dottoressa Armani -. Ai primi di aprile inauguro ufficialmente il mio studio a Caslano, a poche centinaia di metri dal consultorio precedente. Un impegno ancora a tempo parziale, che dividerò con la mia attività a Zurigo, ma è già sufficiente per essere soddisfatta. Ho vinto la mia battaglia per tornare ad esercitare la mia professione nonostante il cambiamento di sesso”.
La sentenza del Tribunale amministrativo dello scorso dicembre, che sconfessava la decisione del Dipartimento sanità e quindi del consiglio di Stato di sospendere Laura Armani come medico per ‘disturbi psico-fisici’, le ha reso dunque giustizia: il dottor Striebel, diventato dottoressa Armani, ha tutti i requisiti per continuare a curare i suoi pazienti. E per ribadire la sua vittoria su quelli che lei chiama “pregiudizi e discriminazioni delle autorità sanitarie cantonali’”, Laura Armani è ripartita da Caslano. “Nella mia battaglia legale per poter continuare ad esercitare – dice - mi ha confortato sapere che i pazienti ticinesi e anche quelli che ho seguito a Zurigo, dove lavoro da oltre un anno e senza problemi da parte delle autorità sanitarie zurighesi, mi hanno sempre sostenuta. Adesso non vedo l’ora di riceverli nel mio nuovo studio e ringraziarli personalmente per il sostegno alla mia causa”.

 

Da: La regione, 13.3.08, pag 13

 

Intervento eccezionale del governo: a Droz sospese le esecuzioni
Soluzione eccezionale per una vicenda eccezionale. Si tratta del travagliato e altrettanto intrica­to caso che da anni vede opposti l’ex funzionario cantonale Mi­chele Droz di Sobrio e le istitu­zioni ticinesi che, sostiene, gli hanno negato la giustizia tanto nell’ambito della vertenza ri­guardante il mobbing e il bos­sing che avrebbe subito in seno all’Amministrazione quanto
nelle varie cause amministrati­ve, civili e penali avviate. Negli scorsi giorni il Consiglio di Stato è intervenuto per sospendere « in via eccezionale » (rileva lo stesso governo nella sua decisione) e temporaneamente i procedi­menti esecutivi prossimi dello Stato nei confronti nell’ex fun­zionario cantonale che si rifiuta di pagare spese e tasse poste a suo carico dalla Camera dei ri­corsi penali per un totale di 2’500 franchi. Convito delle sue ragio­ni non intende pagare quanto lo Stato gli chiede anche se è stata aperta una procedura di pigno­ramento.
La decisione del governo è sta­ta intimata a Michele Droz e alla moglie, a sua volta coinvolta nel­la vicenda, venerdì scorso. Il po­meriggio seguente un agente della polizia cantonale di Biasca
si è comunque presentato al suo domicilio per eseguire un ordine di traduzione forzata presso l’Uf­ficio di esecuzione e fallimento. La decisione « eccezionale » del Consiglio di Stato rappresenta una soddisfazione per Michele Droz che di recente ne ha ottenu­ta un’altra. Un funzionario dello Stato si è scusato per gli apprez­zamenti espressi nei suoi con­fronti sui blog che frequentava durante il tempo di lavoro. Una fattispecie che aveva inserito nella lunga segnalazione inviata al Gran Consiglio e in particola­re alla Commissione delle peti­zioni che dovrebbe pronunciarsi sulla fattispecie. Il Consiglio di Stato è infatti intenzionato a ri­vedere la sua decisione di so­spensione delle esecuzioni « sul­la base delle conclusioni cui giun­gerà la Commissione ».

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