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La complessa eredità dei padri

Da: CdT, 9.1.13 pag 33

L'OPINIONE ROBERTO FLAMMINII*


La complessa eredità dei padri


Fare il padre in una cultura come la nostra significa tentare di fare il «mestiere» più dif­ficile, criticato ed ostacolato del mondo.

La fami­glia odierna appa­re priva di un cen­tro di gravità, incli­ne ad assumere le forme più disparate, priva d'un sentimento d'identità, sgan­ciata dalle proprie radici, caratterizzata da confini generazionali ahinoi sottilis­simi. Pare viepiù dominata dall'omoge­neità, tendente all'orizzontale «gruppo di pari», votata all'evitamento delle di­stanze e dei conflitti inter-generazionali. Per risultare amabili, ai genitori post­moderni è necessario dire sempre «Sì!».

Un tempo i figli facevano parte della famiglia sottoponendosi alla sua orga­nizzazione gerarchica e alle sue regole, all'opposto nell'era contemporanea la famiglia tende ad organizzarsi e a su­bordinare le proprie regole interne alle esigenze e ai desideri dei figli.

Non sono più i figli che chiedono d'esser ricono­sciuti dai loro genitori, bensì i genitori che aspettano un riconoscimento dai loro figli. La dissimmetria generaziona­le è capovolta. Un tempo la famiglia conservava e trasmetteva di generazio­ne in generazione, un universo simboli­co, la percezione di possedere origini e radici, un'appartenenza, una storia.

Oggi, quando la famiglia esiste ancora, cosa tramanda? Cosa rimane nell'epoca postmoderna, nel tempo dell'evapora­zione del padre, del ruolo paterno, della paternità? Garantire le distanze inter­generazionali? Assicurare la trasmissio­ne di un'eredità non tanto di oggetti quanto di significati? Mostrare ai figli l'esperienza del limite nella maniera più virtuosa possibile? Assegnare un possi­bile significato alla rinuncia o alla po­sticipazione dell'appagamento del desi­derio? È ancora chiamato il padre a te­stimoniare l'irriducibile asimmetria ri­spetto ai figli? A mostrare che il denaro deve essere elargito solamente come ri­conoscimento d'un lavoro e persuadersi che si possa raggiungere rapidamente e senza fatiche l'affermazione di se stessi è sbagliato e dannoso?

Probabilmente tutto questo, eppure ci ritroviamo im­mersi in una cultura che all'opposto en­fatizza il «no limits», l'opportunismo dei « Perché no?» e del fine che giustifica qualsiasi mezzo pur che mete ed obietti­vi prefissati siano raggiunti, tanto me­glio se nel più breve tempo possibile. Immersi in un «mondo» che enfatizza il corpo come oggetto da esibire, di godi­mento e consumo, sommersi da una cultura che «pompa al massimo» l'esibi­zione d'un «io» invincibile ed onnipo­tente, senza limiti e con diritti, primo fra tutti niente meno che il diritto alla felicità. Diritti non di rado senza alcuna contropartita in doveri, diritti incondi­zionati.

La funzione paterna non aveva e non dovrebbe tuttora avere a che fare con la trasmissione e l'osservanza del limite, della Legge, unita alla capacità di desiderare, delle interdizioni unite al­la capacità di saper incarnare un desi­derio positivo e costruttivo, vitale e ca­pace di realizzazione? Non è questa l'e­redità fondamentale che il padre, ieri come oggi, è chiamato a trasmettere ai figli? Contrapporsi cioè all'esaltazione cinica del consumo e all'appagamento sregolato e senza differimenti? Come poteva e può avvenire la trasmissione di questa eredità? Essa implica un duplice processo, di identificazione e di disiden­tificazione, di un'identificazione riuscita poi seguita da una disidentificazione. Infatti, per potersi servire dell'eredità paterna e poterne fare a meno, la si de­ve innanzitutto accettare e far propria. Goethe lo ha detto cosi: «Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero». La funzione paterna è allora identificabile nella tra­smissione di un'eredità, mediante l'e­sempio soggettivo del padre «in carne ed ossa», attinente alla capacità di unione tra Legge dell'interdizione ed as­sunzione del desiderio, alla capacità di unire all'esperienza del limite, dei limiti umani e personali, dei limiti necessari al vivere in collettività, un desiderio personale autentico. Al padre dell'inter­dizione, alla funzione normativa del padre quale fonte di «No!» e di «Sì, ma …» (Fromm in base ad un'analisi sulle figure genitoriali pone l'uguaglianza madre = amore incondizionato, padre = amore condizionato-pensiero logico), si dovrebbe quindi unire quella del padre che dona, che permette, che conferisce il diritto al desiderio e alle eccezioni che confermano la regola. Lacan lo afferma così: «Un padre è colui che sa unire e non opporre il desiderio alla Legge».

Il desiderio senza legge facilmente tende alla dispersione, all'esagerazione, alla dissipazione della vita. Viceversa, la legge senza desiderio, senza né amore né donazione, inumana e spietata, ten­de all'oppressione, allo svilimento della vita, al soffocamento del soggetto ad opera d'un potere disciplinare rigido e perciò mortifero. Il padre dovrebbe allo­ra essere testimonianza non d'un padre ideale portatore di valori simbolici as­soluti e trascendenti, bensì di un'umana e singolare incarnazione di come sia possibile tenere unite Legge e desiderio. Com'è diverso questo padre che facilita il processo di separazione del figlio dal­le sue origini, che gli assicura la possibi­lità di affrancarsi dalla palude indiffe­renziata del godimento tanto illimitato quanto distruttivo, che favorisce la sin­tesi individuale tra desiderio soggettivo e Legge dell'interdizione (che non signi­fica inflessibile interdizione priva di amore), che sa ancora offrire dei « No perché no!» (all'opposto dei «Perché no?» caldeggiati pure da un moderno «maître à penser» qual è il signor Fabri­zio Corona), com'è diverso dicevamo questo padre da quello proposto da al­cuni personaggi famosi oggi, da certa pubblicità e da molto cinema hollywo­odiano!

Dell'ideale che protegge, salva e dà senso alla vita, della trasmissione dell'eredità che il padre deve a suo mo­do custodire ed incarnare, dell'elezione dello scambio vero ed autentico con l'al­tro e non del consumo spasmodico di oggetti e di persone ridotte a corpi-cose­strumenti, in un tempo «febbricitante» come il nostro, c'è grande urgenza.

In un mondo cosparso di oasi di ipercon­sumo e al contempo di deserti umani e relazionali, di serpeggiante disumanità, di vuoto e radicale mancanza di signifi­cato (è la tesi di Viktor E. Frankl), d'in­terruzione della trasmissione simbolica fra una generazione e l'altra, di evapo­razione ed assenza del padre, assenza per di più imposta dalla giurispruden­za che regola le sempre più numerose richieste di separazione e divorzio (8 volte su 10 chiesta dalla donna), c'è grande ed urgente bisogno. Che i politi­ci, in quanto politici, invece che lagnar­si per le conseguenze attinenti all'assen­za del padre, facciano finalmente la lo­ro parte.
* educatore SUPSI



Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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