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Che cosa resta del padre ?

Da: CdT, 6.2.13 pag 37

L'OPINIONE ROBERTO FLAMMINII*

Se non la inseria­mo nel contesto della crisi della famiglia, è molto difficile compren­dere la crisi del ruolo paterno (Lacan ha parla­to di «evapora­zione del padre»; Adolf Gug­genbühl-Craig ha affermato che «il padre si sta trasformando in un lus­so»; Johannes Cremerius che «il padre scompare perché viene maternizza­to»). Separazioni e divorzi non smet­tono di crescere numericamente e di aumentare la propria importanza quale fenomeno sociale emergente. Da quella che nelle aule di tribunale pare viepiù una sorta di guerra tra i sessi all'interno della coppia, il ruolo paterno esce maltrattato ed indeboli­to. Mentre in una famiglia che si sgre­tola la madre resta pur sempre la scialuppa di salvataggio alla quale i figli si aggrappano, volente o nolente il padre è “invitato” a farsi da parte, pagare alimenti e non di rado anche esosi. Come a dire che perfino nelle separazioni Mater semper certa est, pater autem incertus (La maternità è sempre certa, la paternità è (sempre) incerta).

Nel sistema di famiglie allar­gate che oggi va sempre più per la maggiore e viene considerato il massi­mo della civiltà dei rapporti post-se­parazione, le figure paterne tendono a sommarsi e a sovrapporsi: oltre al pa­dre biologico che con la separazione deve prendere a vivere fuori di casa e lontano dai figli, accanto alla madre si possono nel tempo sommare uno o più facenti le sue funzioni a secondo dei di lei passaggi di coppia. A causa di una prassi giudiziaria non aggior­nata rispetto ai tempi, che ha frainte­so la protezione del genitore tradizio­nalmente più debole economicamente con la punizione del genitore econo­micamente più forte, lo stile ed il te­nore di vita dei padri separati si fa inevitabilmente destinato a precipita­re: i padri separati che finiscono sul lastrico sono in costante aumento e non solo da noi.

La Tv italiana si è chinata sul fenomeno con una coin­volgente fiction interpretata da Beppe Fiorello intitolata Sarò sempre tuo padre. Sarebbe infatti utile doman­darsi con quale credibilità ed autorità possa rivolgersi ai figli un padre pre­cipitato in condizioni di indigenza, giuridicamente forzato a farsi «assen­te», legalmente allontanato dalla vita dei figli, costretto a gareggiare con il nuovo o i nuovi partner agli occhi della madre più graditi di lui: alla spoliazione economica s'accompagna spesso anche quella di ruolo e di di­gnità. Non dimentichiamo che se l'esi­genza d'un padre tipica di ogni ra­gazzo, vale a dire il suo bisogno di rapportarsi alla figura paterna, non viene soddisfatta, non di rado le ne­gative conseguenze si manifestano con l'abbandono della scuola, l'apa­tia, l'anoressia, l'alcolismo, la droga, la delinquenza, il bullismo.

Lo ha scritto lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet nel suo Cosa farò da grande? «Il padre etico è stato sostituito dal padre affettivo e accuditivo» e alcuni dei profondi ma­li che oggi affliggono i nostri giovani derivano dall'assenza del padre e dal fatto che quando c'è ancora «il padre affettivo trasmette affetti e non nor­me, sentimenti e non valori». Siamo divenuti la prima generazione che si è rivoltata ed ha disubbidito ai propri padri, per poi diventare schiava dei propri figli. La prima generazione che ha consegnato ai figli un'eredità non priva di pericolose conseguenze: la scomparsa dei diritti accompagnati da una contropartita in doveri, per lasciare il posto al trionfo dei diritti pretesi assoluti ed incondizionati. Gli stiamo insegnando che perfino la feli­cità è da ritenersi un diritto con il se­rio rischio di condannarli così facen­do ad una profonda ed ineludibile infelicità. A poco a poco, ci siamo trasformati negli avvocati difensori dei nostri figli, pronti a difenderli da ogni avversità, rinuncia, sacrificio. Pronti a batterci al posto loro perché non debbano affrontare le fatiche, gli insuccessi e le delusioni del mondo reale. Con la pancia bella piena e la paghetta in tasca li stiamo persua­dendo che tutto si può ottenere in fret­ta e senza fatiche. Nel rapporto con loro, coltiviamo e rinforziamo esage­ratamente un distorto senso di prote­zione per difenderli dalle frustrazio­ni, dalle sfide e dalle lotte, per tenerli lontani dallo sforzo e dall'impegno che osa sfidare il tempo: ne abbiamo fatto «ragazzi-peluche» che per un niente implodono su se stessi. Li spro­niamo ad obbedirci per amore e non per timore delle conseguenze che deri­vano dall'inosservanza di regole e condizioni: con loro cerchiamo so­prattutto un vincolo affettivo e non di rafforzare il rispetto dei limiti.

Con i figli, il principio di base è divenuto quello dell'amore e della comprensio­ne, della non imposizione, della nego­ziazione, dell'evitamento dei conflitti, della contrattazione con il genitore del prezzo delle loro rinunce: ma che fine ha fatto l'introiezione di regole e norme di comportamento? Correzio­ne: un vocabolo che è scomparso dal nostro dizionario e dal nostro arma­mentario educativo. Da quando pu­nizioni e correzioni si sono guadagna­te pubblicamente una pessima repu­tazione, da quando il nostro strumen­tario educativo non li prevede più e si è affidato al permissivismo ed alla contrattazione, la violenza dei giova­ni e tra i giovani è forse diminuita? Da quando correzioni e privazioni, come per esempio togliere temporane­amente un piacere, hanno smesso di costituire un intervento educativo alle volte necessario? Siamo la prima ge­nerazione di padri ad aver elaborato una tortuosa ed altamente egoistica strategia di sopravvivenza per eludere il conflitto generazionale: fingiamo di farlo per il bene dei nostri figli, ma in realtà lo facciamo per il bene nostro e soprattutto per la nostra comodità, per evitare che si ribellino a noi e per sottrarci alla fatica dello scontro e del confronto con loro. I nostri figli con ogni probabilità sono i più viziati del­la storia dell'umanità.

A contribuire a questa deriva, ci si sono messi anche i padri che, quando ancora presenti (dato che consolidata prassi giuridica nelle separazioni e nei divorzi li al­lontana sistematicamente dai figli), invece di imporre il rispetto dei limiti, di procurare ai figli gli indispensabili «no» che aiutano a crescere, i «no, perché no» (in antitesi ai tanto di mo­da «perché no?»), si sono trasformati in teneri «papà-orsetto» che, per risul­tare amabili, si sentono costretti a di­re ai figli sempre «sì». Il padre si è trasformato in un amabile e comodo «papino». Abbiamo smesso di fare i padri per metterci a fare i fratelli. Lo ha detto il noto filosofo e sociologo francese Edgar Morin: «Il grande fe­nomeno che prepara l'ominizzazione e che compie, crediamo, l'Homo sa­piens, non è “l'uccisione del padre”, ma la nascita del padre».


* educatore SUPSI


roberto flamminii

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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